- INFLUENZA -
Breve storia della malattia
La storia dell'influenza può essere suddivisa in tre periodi:
Prima
del 1889
A cui si può far riferimento grazie a documenti che descrivono
le epidemie di tipo influenzale di quel tempo. Uno studio condotto da Thompson
che risale al 1852 ha permesso di scoprire l'esistenza di alcune malattie di
allora chiaramente paragonabili all'influenza di oggi. Questo fa, quindi, risalire
al 1510 il primo caso di epidemia documentata.
Dal
1889 al 1933
Le malattie influenzali che si verificarono in questo
periodo, furono scoperte solo anni dopo, tramite studi sierologici effettuati
a posteriori. Con la scoperta del virus A , infatti, nel 1933, si sono potuti
confrontare i tipi di anticorpi presenti tra le persone vissute in quell'anno
e le popolazioni ancora in vita. Studiando il tipo di anticorpo si è riusciti,
così, a ricostruire la circolazione dei virus di quel periodo (sieroarcheologia).
Inoltre, questo arco di tempo è stato segnato dalla famosa pandemia del 1918,
nota con il nome di "Spagnola". L'epidemia causò, in tutto il mondo,
la morte di circa 20 milioni di persone. Più avanti, con le dovute ricerche,
è stato possibile stabilire che la malattia derivò quasi sicuramente da un virus
di tipo A, simile a quello che causa la malattia nei suini. Ancora oggi, però,
si discute se i danni peggiori fossero derivati direttamente dal virus, dotato
di virulenza inconsueta, o dalle complicanze batteriche, all'epoca non controllabili.
Dopo
il 1933
In questo periodo Andrew e Coll riuscirono ad isolare
il virus di tipo A (sottotipo H1N1) e diedero, così, inizio alla moderna era
virologica che viene distinta in quattro periodi differenti:
Di cosa si tratta
Con il nome di "influenza" sono indicate
comunemente varie malattie, in genere di lieve entità, che colpiscono soprattutto
le vie respiratorie. In realtà l’influenza è una malattia ben precisa a carattere
epidemico, descritta fin dal XVI secolo. Le manifestazioni cliniche principali
sono la tracheite e la bronchite febbrile, con una possibile evoluzione in polmonite
(ma solo raramente). Più frequenti risultano, invece, le complicazioni di natura
batterica broncopolmonari o polmonari.
In passato il termine di "influenza" veniva associato a due aggettivi fondamentali:
"da freddo", che indicava il legame con la stagione invernale, e "astrale",
in quanto gli antichi davano la colpa dell'improvvisa diffusione del virus ad
una strana congiunzione degli astri.
I virus responsabili della malattia
I virus che causano l’influenza (tipica
malattia invernale, ma non solo) appartengono alla famiglia delle Orthomyxoviridae,
del genere Orthomyxovirus. Possono trasmettersi facilmente per via aerea, da
persona a persona, poichè capaci di diffondersi nell’aria.
Il virus è formato da due strutture ben distinte:
1) un involucro esterno ricoperto da antigeni di superficie
(le emoagglutinine H e le neuraminidasi N);
2) una parte interna composta da ribonucleina, ovvero l’acido
ribonucleico a singola catena.
I virus influenzali sono classificati in tre tipologie dette A, B e C. Le ultime
due hanno un serbatoio infettivo solo nell’uomo, mentre i virus di tipo A possono
infettare anche varie specie di animali (suini, equini, mammiferi marini e uccelli).
Quelli che più interessano l’uomo sono i virus di tipo A e B; il C, infatti,
solo in rari casi è stato riscontrato nelle persone influenzate. I virus di
tipo A sono distinti in base a quanta emoaglutinina (H) e neuraminidasi (N)
(due proteine di superficie) presentano. Esistono, pertanto, tre tipi di virus
A: l’AH1N1, l’AH2N2 e l’AH3N3. La caratteristica principale di questi virus
è rappresentata dalla loro instabilità genetica che comporta continue variazioni,
più o meno evidenti, delle caratteristiche base del virus. Questo fa sì che
il sistema immunitario non riesca più a riconoscerli e a distruggerli.
Ogni volta che nasce un nuovo sottotipo di virus A, quindi, la popolazione è
maggiormemte soggetta al rischio di infettarsi poiché il sistema immunitario
non riconosce i nuovi agenti virali. Non è ancora chiaro come possa determinarsi
questo repentino cambiamento delle caratteristiche del virus. È stata ritenuta
possibile l’esistenza di un limitato numero di virus che è ospitato da poche
persone, senza dare manifestazioni cliniche, ma che permane nell’ambiente finchè
la quota di popolazione sprovvista dei relativi anticorpi sia talmente alta
da creare una vera e propria pandemia. Questa, nell’evenienza peggiore, comporta
una diffusione dell’infezione in oltre il 50% della popolazione mondiale, che
si infetta nel giro di 1-2 anni. Fortunatamente, in genere, si assiste a casi
solo epidemici o interpandemici per la diffusione di varianti minori dei sottotipi
A e B (per i quali la popolazione presenta sempre un certo grado di immunità).
Di solito, comunque, un’epidemia influenzale di tipo A si ha ogni 2-4 anni,
mentre quella di tipo B si verifica ogni 6-8 anni (e risulta meno grave). Sono
però possibili anche epidemie causate contemporaneamente dal tipo A e dal tipo
B.
In genere le epidemie influenzali sono favorite dalla stagione invernale poiché
l’infezione si trasmette per contagio diretto interumano attraverso le vie respiratorie.
L’azione del freddo, poi, deprime le difese locali e favorisce, pertanto, l’attecchimento
del virus.
Il numero dei malati
L’influenza fa sicuramente parte delle
malattie infettive che costituiscono un rilevante problema di sanità pubblica
in tutto il mondo. Del resto, ogni anno, la malattia colpisce in ogni continente
centinaia di milioni di persone e, negli anziani, può essere mortale persino
nell’80% dei casi. Si può parlare di epidemia quando il contagio colpisce
una minoranza della popolazione (circa il 15-20%), mentre si parla di pandemia
quando circa il 50% della popolazione mondiale ha contratto l’influenza
nel giro di 1-2 anni. Nel 1998, in Italia, l’influenza ha colpito quasi dieci
milioni di persone (circa il 17,2% della popolazione totale), creando notevoli
ripercussioni economico-sanitarie all’interno del Paese. Dal punto di vista
economico, i costi sostenuti dal Servizio Sanitario Nazionale hanno raggiunto
i mille miliardi di lire, ovvero l’1% circa della totale spesa sanitaria pubblica.
I costi indiretti, poi, secondo alcune statisctiche dell’Organizzazione Mondiale
della Sanità (OMS), arrivano persino ai 1.800 miliardi di lire. Nei costi complessivi
la voce più sostanziosa risulta essere quella dell’assenteismo dal lavoro e
la perdita di giornate produttive.
Dal punto di vista sanitario, invece, le conseguenze dell’influenza si evidenziano
con la morbilità e con la mortalità: la prima indica quante persone
si contagiano e poi si ammalano; la seconda indica invece il numero di persone
che si ammalano e muoiono d’influenza. Negli Stati Uniti, ad esempio, tra il
1957 e il 1986 sono stati registrati in media 10 mila decessi all’anno per epidemie
influenzali, mentre in Gran Bretagna, in alcuni anni (ad esempio nel 1989-1990),
vi sono stati fino a 26 mila morti d’influenza.
I sintomi della malattia
Molti sono i sintomi che caratterizzano l’influenza, ma pochi sono quelli che realmente la contraddistinguono e che, di conseguenza, sono considerati i veri sintomi guida. Secondo l’Organizzazione della Sanità, per poter parlare di sindrome influenzale devono essere presenti almeno questi tre disturbi:
Secondo gli esperti, invece, l’identificazione della malattia si ha quando:
È interessante precisare che le impennate
di febbre oltre i 39°C si hanno, in genere, con infezioni da virus A e dalle
sue varianti, mentre le ipertermie più lievi si hanno generalmente in presenza
dei virus di tipo B.
Nel complesso, l’intero periodo caratterizzato dai sintomi influenzali dura
circa 5-7 giorni (non di più), ma la sensazione di spossatezza generale può
permanere anche per più di 10-15 giorni. Il malato, così, può tornare ad una
vita normale solo dopo due settimane circa dall’esordio della sintomatologia.
Tutti questi sintomi, però, sono riferibili ad una persona adulta. Nei bambini e negli anziani, invece, si hanno alcune caratteristiche differenti, come:
I pazienti a rischio sono soprattutto le persone che hanno problemi all’apparato respiratorio e che presentano una sintomatologia più acuta in corso di influenza. In particolare, sono a rischio di influenza soprattutto:
Come prevenire la malattia
Le persone reagiscono in modo differente
agli agenti infettivi a causa delle diverse reazioni del sistema immunitario.
Si tratta di un sistema complesso che serve a difendere il nostro organismo
dall'attacco di virus e batteri. Le cellule che lo compongono prendono si distinguono
tra loro in base alle funzioni che svolgono. Alcune si trovano nel midollo osseo,
e migrano negli organi periferici (es. timo e linfonodi) in atto di difesa.
Si chiamano linfociti e sono le cellule più importanti del nostro sistema
immunitario. Riescono a distinguere il "self" (cellule ed organismi che possono
vivere nel nostro corpo) dal "non self" (tutto ciò che viene considerato estraneo
all'organismo). Hanno una sorta di "memoria", e questo permette loro di poter
riconoscere e distruggere l'antigene tutte le volte che si ripresenta. Più precisamente,
i linfociti T ricevono il messaggio di S.O.S. da parte dei macrofagi
(cellule che fagocitano tutto ciò che ritengono sospetto). Una volta ricevuto
il segnale di pericolo, i linfociti T possono produrre delle sostanze proteiche
(le citochine) che riescono ad uccidere l'antigene in modo diretto e rapido.
Le citochine possono essere di diverso tipo: alcune servono a causare l'infiammazione,
mentre altre servono a richiamare sul posto una serie di cellule d'aiuto (granulociti,
monociti, piastrine) per meglio aggredire l'agente esterno. Alcune citochine
di notevole importanza sono le interleuchine e gli interferoni, che servono
a mantenere il sistema immunitario in stato di equilibrio, stimolando l'azione
di difesa dei linfociti o limitandola se troppo aggressiva. I linfociti T-helper
attivano i linfociti B: questi servono a sintetizzare gli anticorpi (immunoglobuline)
che si legano all'antigene e lo distruggono. Questo tipo di risposta immunitaria
è di tipo umorale poichè gli anticorpi sono presenti nel sangue e nelle sostanze
secrete dal nostro organismo (saliva, urine, muco bronchiale, ecc).
Vediamo ora, nello specifico, l'azione svolta dai macrofagi. È un'azione
raffinata, in quanto queste cellule non solo inglobano l'antigene e lo digeriscono,
ma prelevano da esso alcune informazioni relative al suo riconoscimento; queste
entrano a far parte della "memoria" dei linfociti che, così, saranno in grado
di attuare la strategia d'attaco migliore, riconoscendo subito un antigene che
era già entrato in contatto con il sistema immunitario. I granulociti,
invece, svolgono un'azione più violenta: quando si accorgono di un antigene
sospetto, intervengono subito e lo divorano. Così facendo, tuttavia, rischiano
di causare seri danni all'organismo; a volte, infatti, possono distruggere anche
tessuti sani, creando un'infiammazione e sviluppando la crescita dei radicali
liberi (molecole responsabili dell'ossidazione cellulare).
Nella prevenzione influenzale è opportuno
agire proprio sul sistema immunitario. L'adozione dei vaccini antinfluenzali
è stata sostenuta dall'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ed è stata
adottata inizialmente dai Paesi occidentali a più alto sviluppo industriale.
Successivamente, la vaccinazione si è sempre più imposta come uno degli interventi
maggiormente efficaci per la prevenzione primaria dell'influenza. In Italia
si tendono a vaccinare soprattutto le persone a rischio (cardiopatici, broncopneumopatici,
nefropatici, persone con malattie del metabolismo o con altre patologie croniche
esposte a infezioni recidivanti). In particolare, si cercano di immunizzare
le persone di età superiore ai 65 anni, dando loro la possibilità di ricevere
i vaccini dalle aziende sanitarie di competenza in modo gratuito.
Oggi, i vaccini autorizzati nel nostro Paese, sono di tre tipi:
I
vaccini a virus interi
Contengono virus influenzali interi. In genere sono ben
tollerati; a volte, però, possono provocare una febbre leggera.
I
vaccini split
Costituiti da frammenti dei virus influenzali originati
dalla rottura dell'involucro proteico virale. Si eliminano, così, molti degli
effetti collaterali, e questo tipo di vaccino risulta tollerabile nella maggior
parte dei casi.
I
vaccini a subunità
Sono formati dalle sole glicoproteine di superficie del
virione (emoagglutinina e neuraminidasi). Sono molto tollerabili, anche nei
bambini e negli asmatici.
Nel complesso, la vaccinazione è in grado di dare una copertura efficace nel 70% dei casi, eliminando o limitando anche le complicanze dovute all'influenza. Molti studi, infatti, hanno dimostrato chiaramente che i soggetti vaccinati risultano essere meno esposti ai sintomi influenzali e alla richiesta di ospedalizzazione per cure d'urgenza. Si riduce del 50%, invece, il numero dei ricoveri per complicanze broncopolmonari.
Per chi decide di effettuare il vaccino antinfluenzale, oggi è possibile associarlo a quello contro la polmonite, scoperto di recente. Vaccinarsi anche per le patologie dovute a S.pneumoniae (virus che colpisce i polmoni e le vie respiratorie) è molto importante, soprattutto per i soggetti a rischio, come: le persone con più di 65 anni, i diabetici, i cardiopatici, gli pneumopatici, i nefropatici, gli epatopatici cronici, i soggetti con anemia falciforme, gli immunodepressi e gli asplenici. È stato dimostrato che entrambi i vaccini, se effettuati contemporaneamente, danno risultati migliori da parte del sistema immunitario. In più, anche il periodo di attuazione consigliato è lo stesso in entrambe le vaccinazioni (settembre/ottobre).
Oltre ai vaccini antinfluenzali, è possibile potenziare le proprie difese nei confronti dei virus responsabili della malattia con alcuni comportamenti da adottare nella vita di tutti i giorni, ovvero:
Introdurre più proteine
nella dieta
Il nostro sistema immunitario è formato, per la maggior
parte, da proteine o amminoacidi (componenti delle proteine). Assumere una corretta
dose di proteine, pertanto, aiuta a rafforzare l'azione delle cellule preposte
alla difesa del nostro corpo.
Assumere meno grassi
Introdurre troppi lipidi nella dieta può indebolire il
nostro sistema immunitario. I grassi, infatti, aumentano la produzione dei radicali
liberi e rendono la membrana cellulare meno fluida. Questo ostacola notevolmente
la comunicazione tra le cellule, poichè le loro membrane sono costituite per
il 50% da proteine e per il 50% da lipidi.
Assumere alimenti
in cui siano presenti antiossidanti
L'ossidazione mette a rischio il nostro sistema immunitario
poichè rende difficile il riconoscimento dell'antigene da parte delle cellule
preposte alla difesa del nostro corpo e ostacola l'attività delle cellule killer
(linfociti-T). Inoltre, i processi di ossidazione danneggiano i tessuti e vanno
ad intaccare il Dna delle cellule, rischiando di dare il via a malattie anche
molto gravi. L'unico aiuto contro i processi ossidativi arriva dalle sostanze
antiossidanti. Alcune sono prodotte direttamente dal nostro organismo (il coenzima
Q10, l'enzima Sod, ecc.), altre possono essere introdotte con l'alimentazione.
La loro è una duplice azione poichè contrasta la produzione dei radicali liberi
e stimola le cellule immunitarie. I più efficaci sono il betacarotene, la vitamina
C, la vitamina B6, la vitamina E, il selenio, lo zinco, il manganese, il ferro,
il rame, l'acido linoleico e la L-cisteina (un aminoacido).
Fare più attività
fisica
Fare sport, secondo numerosi studi, aumenta le difese
immunitarie. L’attività sportiva contribuisce a scaricare le tensioni e aumenta
il benessere generale. Come in tutte le cose, però, non bisogna esagerare: uno
sforzo eccessivo innalza il livello di alcuni ormoni che, di conseguenza, aumentano
la produzione di radicali liberi.
Ridurre lo stress
Lo stress, il pessimismo e l'apatia riducono l'attività del nostro sistema immunitario.
Non esistono ancora, però, delle prove scientifiche che possano dimostrare come
ciò avvenga.
Eliminare le cattive
abitudini
Fumo, alcool, poco riposo e diete squilibrate possono
alterare l'azione di difesa del nostro corpo. È utile, pertanto, cercare di
eliminare tutti questi "vizi" che possono danneggiare l'organismo.
La diagnosi
Una diagnosi certa e corretta dell'influenza è possibile solo dopo il riscontro del virus in laboratorio. L'accertamento della carica virale viene fatta su campioni di tamponi faringei o di aspirato dalle cavità nasali dei pazienti. I prelievi, però, sono eseguiti solo su un numero limitato di persone, allo scopo di avere informazioni epidemiologiche e per riconoscere tutte le varianti virali circolanti di anno in anno. Pertanto l'unico criterio utilizzato comunemente per la diagnosi di influenza rimane, di fatto, quello clinico basato sull'esame dei sintomi accusati dal paziente.